Diritto degli uomini all'inettitudine

Emma Watson, in un discorso alle Nazioni Unite in occasione del lancio della campagna “HeForShe”, ha affermato: “Non si parla spesso degli stereotipi di genere che imprigionano gli uomini ma so che esistono e quando se ne libereranno, come naturale conseguenza cambieranno le cose per le donne. Se gli uomini non dovranno essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno costrette ad essere remissive. Se gli uomini non dovranno esercitare il controllo, le donne non dovranno essere controllate. Uomini e donne dovrebbero entrambi sentirsi liberi di essere sensibili. Entrambi dovrebbero sentirsi liberi di essere forti”.

Quali sono questi stereotipi che imprigionano l’uomo da secoli, e lo condizionano nella propria attività al di là di quello che è il suo sentire e di quelli che sono i suoi veri desideri?

  1. L’obbligo della forza: ogni volta che c’è qualcosa di pesante da spostare, o trasportare, come scatoloni, confezioni, mobili, buste della spesa, rifiuti ingombranti, tocca all’uomo. Si suppone che essendo una attività di bruta manovalanza dove conta solo la superiore capacità fisica, sia il maschio a dover faticare. Ma ormai nessuno passa le giornate a cacciare nelle foreste, ed il rischio di perdere la propria battaglia contro il peso dell’oggetto è alto. Sotto questo punto di vista la parità dei sessi è più vicina di quanto si pensi.
  2. L’obbligo della cortesia cavalleresca: dare precedenza alla volontà della controparte femminile  è visto come un obbligo sociale inculcato fin dalla nascita. Offrirsi di fare qualcosa per o al posto di una donna, prestarsi ad aiutarla, rispettare la sua volontà quando si guarda qualcosa in televisione, si ascolta qualcosa alla radio, si programmano la giornata, le vacanze, le uscite, le cene; cedere il proprio posto o il proprio cibo sono azioni considerate naturali ma che riversano una insana luce di inferiorità sulla “femmina”. Per una reale parità dei sessi e per non indurre il maschio a ricercare disperatamente la solitudine o la compagnia dei soli amici maschi questa cortesia andrebbe abolita a favore di un rapporto schietto e sincero.
  3. L’obbligo di sapere come funzionano le cose. Dall’uomo si pretende che sia un appassionato di tecnica, che conosca tutto di alcuni argomenti come le automobili, gli elettrodomestici, l’elettricità, l’idraulica, e che sappia riparare gli oggetti che si rompono. Ma la specializzazione del mondo contemporaneo ha fatto sì che ci siano professionisti capaci, nel proprio settore di competenza, di aggiustare i danni, e che le persone lavorino per riuscire a pagarli, senza dover intervenire direttamente. Un uomo deve poter non sapere come è fatto e come funziona un motore, cosa sono i cavalli e la cilindrata, come si cambia una gomma, come si cambia una lampadina, come si aggiusta il rubinetto, o lo scarico del lavandino che non tira più, come sistemare il trasformatore o cambiare la spina di un apparecchio elettrico. Deve essere un diritto acquisito l’orrore per lo sporco di olio e grasso, per le ferramenta e per i megastore di bricolage.
  4. L’obbligo di essere “l’uomo di casa”: tenere in ordine e in salute l’infrastruttura materiale, l’orto ed il giardino. Non tutti sono entusiasti di devastarsi il fisico nel cementare, costruire con i mattoni, posare le piastrelle; o zappare, vangare,seminare, raccogliere i frutti della terra. Né di tagliare l’erba, rastrellare le foglie, potare le piante, innaffiare. Per alcuni questo è un incubo, peggiore forse di andare a teatro o vedere un balletto, quasi paragonabile a fare shopping.
  5. L’obbligo dell’aggressività. Essere maschi alfa e proteggere le donne del gruppo dalle avances e dalle offese degli elementi estranei. Fare a botte, mostrare i muscoli, aggredire verbalmente, guardare male, mettere a repentaglio la propria incolumità ed integrità fisica per il senso dell’onore fa parte di una mentalità superata; si può concedere ad un uomo nel 2000 di essere timido e nascondersi o chinare il capo di fronte alle offese ed all’aggressione di un estraneo, soprattutto se non rivolte direttamente al soggetto interessato.
  6. L’obbligo della munificenza: offrire da bere e da mangiare agli individui femminili in occasione di uscite comuni, essere prodighi di regali in occasioni di incontri o appuntamenti. Tirare fuori i soldi dalle tasche fa sempre male, un dolore psichico e fisico che può debilitare per diversi giorni; la consapevolezza della parità tra i sessi e della divisione del conto in parti uguali regala grande serenità ed aumenta la voglia di condivisione dei momenti mondani. Addirittura la gratificazione di essere spesati di tutto da una donna può portare ad un affetto illimitato ed a una riconoscenza imperitura verso la “femmina”.

Mi trovo quindi a rivendicare la parità tra i sessi, ma soprattutto il diritto dell’uomo all’inettitudine totale, sia sociale che pratica. Lo faccio in questo modesto blog, con la speranza di poter ribadire anche io questi concetti, un giorno, di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite.

L'uomo povero può essere il nuovo animale domestico.

La società si sta polarizzando, è un dato di fatto. Una percentuale sempre minore di persone detiene una percentuale sempre maggiore della ricchezza, sia a livello nazionale che globale. Aumenta la forbice tra ricchi e poveri, tra chi non sa come spendere i propri soldi e chi non ne ha quasi nemmeno per i bisogni fondamentali.

Si assiste per questo motivo a contrasti notevoli e stridenti: persone che fanno la fila alla mensa per i poveri, perché non sanno come procurarsi da mangiare; una classe media distrutta che vede andare in rovina il proprio tenore di vita ed è costretta nella vergogna a rinunce sui consumi; una classe elevata che arriva ad estremi parossistici di affetto verso il proprio animale domestico.

Esistono ristoranti, hotel, parrucchieri, negozi di vestiti per i cani; i gatti vengono viziati e coccolati con giochi, mobili, cibo raffinato, scatolette e croccantini costosissimi. Per loro si ha l’attenzione che si darebbe non ai figli, ma ai propri nipoti.

Intanto il 99% povero si arrabatta in una melma informe per cercare di sopravvivere, senza lavoro, senza motivazioni, senza voglia, guardando da lontano un mondo dorato ed irraggiungibile.

Ho riflettuto a lungo su questa nuova condizione umana, sule prospettive che mi si pongono davanti, sul da farsi per riuscire a scamparla in questa spietata jungla.

E ho notato che ho tutte le caratteristiche per poter fare l’animale domestico. Devo solo riuscire a propormi, e trovare qualcuno che voglia adottarmi.

Non so fare nulla, quindi in casa sarei completamente inutile; potrebbero insegnarmi a fare lavoretti e faccende, ma non voglio imparare. Non credo abbiate mai visto un cane od un gatto che lavano, stirano, cucinano, dipingono la casa, aggiustano i piccoli guasti idraulici, cambiano le lampadine.

Starei in casa, una presenza fissa e costante, ma non ingombrante. Darei il vantaggio di scoraggiare eventuali ladri, rispondere al telefono ed ai venditori, dare al padrone di casa la certezza di non essere da solo quando torna dal lavoro. Non sarei invadente, non farei feste come un cane, me ne starei per i fatti miei come un gatto, e mi farei vedere solamente se cercato, o se avessi bisogno di qualcosa (farmi lavare una maglia, farmi comprare qualcosa che mi serve, farmi dare un po’ di soldi per esigenze varie).

Il padrone potrebbe parlarmi se ne ha voglia, di quello che vuole (chiaramente ho l’obbligo di cercare di essere preparato sugli argomenti di suo interesse), o farsi bastare la mia muta compagnia; oppure utilizzarmi come intrattenimento, una specie di giullare medievale, pronto a far ridere con gag e battute.

Non avrei grandi esigenze, mi basta mangiare 3 volte al giorno, avere un televisore grande sul quale vedere la tv satellitare, un po’ di soldi per comprare libri, portatile, smartphone. Non so nemmeno vestirmi da solo, quindi sarei completamente succube del gusto estetico di chi si prende cura di me. Accetto volentieri cibi raffinati ed hotel, posso entrare in tutti i locali, non sporco particolarmente e sono disordinato sì, ma ritrovo sempre tutto.

Sono autonomo, posso portarmi da solo dal veterinario, o dal medico, so guidare e posso fare da autista; inoltre posso fare la spesa, scaldare vivande (con l’aiuto di un forno), andare in posta ed in banca.

In un mondo giusto e socialdemocratico avrei una badante, ma in questo medioevo contemporaneo occorre diventare una via di mezzo tra un cicisbeo ed un giullare, per potere sopravvivere.

Posso dare tanto (affetto no, fatico a trovare qualcosa di buono da dare…) (tanta presenza?), in cambio chiedo solo di essere mantenuto.

Sono forti, sono cattivi, sono determinati, sono pronti a tutto.

Così si definiscono i 30 rappresentanti di governi ed istituzioni internazionali riuniti ieri a Parigi. Il loro obiettivo è sconfiggere l’IS unendo tutte le loro abilità. Per rendere il cast più vendibile in tutti i mercati del mondo ed attirare più pubblico sono state coinvolte anche le personalità del mondo arabo; i musulmani buoni contro quelli cattivi.

Purtroppo non scenderanno in campo direttamente loro, vestiti da guerrieri, armati fino ai denti, eroici nello sconfiggere i nemici tra esplosioni spettacolari, belle donne, e scene di lotta in slow motion. Il loro compito sarà mettere a disposizione di un’azione coordinata armi, veicoli, soldi, aiuti umanitari.

Dopo l’entusiasmo dell’annuncio e del tutti per uno e uno per tutti, comincia la ritirata;  l’appoggio è sincero ma i distinguo fioccano. Chi fornisce solo 6 bombardieri, chi arma i peshmerga, chi aiuta la popolazione civile perché ripudia la guerra, chi dà pieno sostegno a parole ma quel giorno ha un impegno e proprio non può andare. In genere nessuno vuole mettere piede sul terreno, ma bombardare a distanza, lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

A fare il lavoro sporco sono chiamati appunto gli arabi. Tocca a loro mettere in piedi un esercito di terra che combatta i ribelli dell’IS e impedisca loro l’avanzata in Iraq ed in Siria. C’è un problema: gli stati arabi appartengono tutti a correnti religiose ed etnie diverse, ognuno ha i propri interessi e le proprie alleanze, che gli occidentali faticano a capire, ed è difficilissimo che riescano ad accordarsi e coordinarsi tra loro, soprattutto in tempi brevi. E un’ ulteriore difficoltà: tra questi stati arabi alcuni sono stati (e forse sono ancora) finanziatori diretti dell’IS, usata come arma di ricatto o per infastidire gli stati rivali nello scacchiere dell’area mediorientale e della penisola arabica.

Tra l’inettitudine europea, la scarsa voglia di Obama e dell’Occidente di impelagarsi in una nuova guerra dopo aver ritirato le truppe da Iraq ed Afghanistan e le rivalità interne al mondo arabo, la decisione per un’azione collettiva è lontana, e la risoluzione del problema IS ancora di più.

Rimane il pathos straordinario creato da questi superuomini con il loro grintoso annuncio, Abu Bakr Al-Baghdadi sarà terrorizzato.

L’essere umano è fatto per soffrire. E si compiace e gode della propria sofferenza. Riesce a trasformarla in una occasione di festa, per questo è ammirevole ma assai difficile da comprendere.

Questa sua attitudine si manifesta appieno nelle sagre, o fiere, o feste pubbliche. Manifestazioni consacrate al’ammucchiata dedita allo svago gastronomico o merceologico.

L’intero avvenimento si configura dall’inizio alla fine come un girone infernale, ripetitivo, sempre uguale a se stesso, un’unione mistica in cui annullarsi, condividendo un disagio collettivo, che credere sollazzo rientra nella costituzione della pena.

L’impatto è devastante, ma affrontato con gioia per la promessa di gratificazioni future. Il parcheggio, cioè, è il primo grande scoglio che dovrebbe far desistere le persone assennate e confermarle nell’idea che tornare alla solitudine domestica sarebbe la scelta migliore. Colonne di vetture che procedono a passo d’uomo, clacson e offese, un frastuono appunto infernale, manovre azzardate, improbabili incroci che mettono a rischio carrozzerie e specchietti. Rabbia, adrenalina, prepotenza e menefreghismo portano a posizionare le macchine in modo creativo ed arrogante nei posti più improbabili, con la speranza che non ci siano conseguenze, alimentata dal clima di sospensione della realtà.

L’ingresso nell’arena (parco, piazza, strada di paesello che sia) cancella le promesse e mostra in modo crudo la dura realtà: non ne vale decisamente la pena. Ma le persone sembrano felici, c’è allegria, è palpabile lo sforzo di fare festa e di estraniarsi dalla quotidianità. Le bancarelle sono in circolo, le file sono ordinate, i tavoli sono già tutti pieni, l’odore dei cibi offerti si mischia a dovere. Ma bisogna pur far passare la giornata, o serata.

Il primo passo è mangiare. In un mondo ideale, quello dei sogni e delle speranze riguardo al futuro, dei vagheggiamenti romantici che si fanno mentre ci si dirige al luogo di festa, in quel mondo appunto ci si siede con gli amici in un tavolo isolato, si ordina dopo una breve attesa, si pasteggia con pietanze sì grezze, ma caratterizzate dai gusti rozzi e sani che si sono perduti. Purtroppo le tavolate sono enormi, promiscue, e non è facile decidere se l’impossibilità di sedersi per il tutto esaurito sia una fortuna o meno. Nemmeno mangiare in piedi è fattibile, la fila al banco delle ordinazioni è degna di un grande concerto, e la logica suggerisce che sia impossibile da smaltire completamente entro la durata della festa.

Come ripiegare? Street Food. Ci sono numerose alternative, tutte deludenti rispetto alle aspettative iniziali. Sorpresa, la fila per prendere una piadina, un panino, una pannocchia, è la stessa del ristorante. Ti rendi conto che c’è qualcosa di magico quando decidi di aspettare per ore un qualcosa che potresti prepararti in casa, meglio, in due minuti, e che per ottenerlo dovrai pagare una cifra spropositata. Il torpedone si trasforma in occasione di socializzazione e di divertimento, che altro non è che condivisione della sofferenza.Ti chiedevi come avresti fatto trascorrere alcune ore in un posto di pochi metri quadri, ora lo sai, ma non avresti mai immaginato che sarebbe stato come in posta.

Finita la prima quest, la prossima tappa è prendere da bere. Per fortuna la copiosa presenza di stand garantisce un rapido approvvigionamento ed una discreta varietà. Non tutto può essere bello: i prezzi sono proibitivi, per raggiungere un livello di mancata sobrietà che permetta di reggere questo degrado servono tasche gonfie, e questo aumenta la depressione nata dal trovarsi in quel luogo, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

Che fare ora? Il giro per le bancarelle ! Una sfilata sfocata di oggetti inutili, improbabili, scadenti, privi di interesse. Che però per far passare il tempo diventano attraenti, motivo di dibattito, e incredibilmente di acquisto. Ci devono essere regole di marketing psicologico esoteriche e difficili da comprendere ai non iniziati. È in questa occasione che si esplicita a pieno il parallelo con i gironi infernali. Le bancarelle sono a cerchio, e si è costretti a percorrere questo cerchio più e più volte. La massa si divide in due gruppi, uno gira in direzione opposta all’altro. Ad ogni giro i due gruppi si ingrossano aumentando i membri tra le proprie fila. Si arriva alla calca: per procedere devi sbattere contro altre persone, strofinarti, abbracciarti, sentirne il sapore e l’odore, raggiungere con loro livelli di intimità che pensavi preclusi dal comune senso del pudore. Senza accorgertene arrivi al punto di essere trascinato dalla folla senza sapere la direzione, abbandonato a te stesso ed alla volontà generale, privo della speranza di poterne uscire mai, rassegnato alla vita che ti è stata data.

Ma la massa acefala ha in realtà un obiettivo, e ti trovi trasportato in un luogo al di fuori del Circuito. Siamo tutti radunati nello spiazzo dove si svolge la rappresentazione che dà significato all’avvenimento. Impossibile vederla, troppo lontani e coperti da sagome; impossibile allontanarsi, troppo in mezzo alla materia umana per riuscire ad uscire. Bisogna subire l’entusiasmo passivo per il rito che si svolge uguale tutti gli anni, si pazienta, si spera che sia l’ultima espiazione.

E lo è. Incolonnati si fa ritorno alla macchina, incolonnati si esce dal parcheggio, incolonnati si percorre la strada. Ma questa volta è diverso, ci si sta liberando dalla cappa di stregoneria che aleggiava sulla festa, si riprende contatto con la realtà svegliandosi gradualmente dall’incubo; si ha la consapevolezza che quest’ultima coda potrà portarti a rivedere la luce. Finalmente è finita.

Arrivederci all’anno prossimo.

Putin e Renzi si affrontano sulla questione ucraina

Renzi: “il mio piano in 1000 giorni per scardinare il sistema”; Putin:”prendo Kiev in due settimane”.

Le due dichiarazioni compaiono una di fianco all’altra nelle prime pagine dei giornali. Gli obiettivi con tutta evidenza contrastano sia per la potenza evocata che per i termini temporali. Renzi, in quanto premier della nazione che ha la presidenza del semestre europeo, si trova, anche se solo formalmente, a dover fronteggiare in prima persona la minaccia di Putin verso l’occidente.

Le strategie comunicative e le situazioni in cui si trovano i due contendenti sono diametralmente opposte.

Renzi è nella situazione di dover rilanciare un paese in crisi: economica, sociale, culturale. Putin, dopo aver stabilizzato la situazione politica interna cerca di cementare l’opinione pubblica e di zittire le voci di dissenso interne ricompattando i governati intorno al nazionalismo, alla minaccia di attacchi esterni e alla grandeur imperialistica.

Reduce da una stagione di marketing politico berlusconiano fatta di negazione del reale in difesa dell’esistente, Renzi intercetta il desiderio di cambiamento radicale emerso nella politica italiana e se ne fa portavoce. Si pone sempre in prima persona portando proposte forti, scommesse quasi irrealizzabili, promesse di stravolgimenti che fanno presa sulla stanchezza di una popolazione quasi esausta. Procede per slogan semplici, li aggiorna ogni due o tre mesi, pone limiti temporali e tabelle di marcia, costruisce siti per monitorare e dare conto del progresso delle riforme da lui volute e concretizzate. In realtà molti dei progetti annunciati vengono moderati, abbandonati o rivisti a causa dei necessari compromessi con le altri parti politiche e con la realtà dei fatti; il continuo rilancio di nuovi slogan e progetti serve appunto a coprire la possibile delusione per la non piena realizzazione di quelli passati.

Putin, nell’eterno ritorno che è la storia russa, ripercorre le tappe che furono dell’Unione Sovietica. Il crollo di regime seguito alla caduta del muro di Berlino ha precipitato la Russia nella crisi politica ed economica, con cessione di territori appartenenti alla federazione e perdita di influenza sulle “democrazie popolari”dell’Europa Orientale. Putin, che dell’ URSS è figlio in quanto ex agente KGB, è riuscito a porre un freno all’anarchia economica riportando sotto il controllo diretto o indiretto dello stato tutte le principali attività ed industrie, soprattutto quelle legate alle materie prime. Ha ridato stabilità politica ristabilendo in modo “velato” il partito unico, permettendo cioè la presenza sulla scena politica del proprio partito maggioritario e di partiti alleati o comunque accondiscendenti alla linea di governo, reprimendo in modo anche violento l’opposizione vera. Ha creato consenso e attaccamento alla propria figura proponendosi come leader forte e paladino di un nuovo nazionalismo russo che mira a recuperare alla nazione e a proteggere tutti i russi al di fuori dei confini nazionali.

Nella sua azione propagandistica, al contrario di Renzi, non si pone in prima persona negli annunci più delicati o nella diffusione delle idee più estreme (sulla censura, sull’omofobia, sulle provocazioni verso l’esterno), ma fa lanciare ballon d’essai a personaggi minori del proprio entorurage, o governo, e valuta le reazioni della popolazione. Quando questa è negativa provvede a riprendere pubblicamente il sottoposto fino ad eliminarlo dalla scena politica ma intanto ottiene l’effetto di aver instillato nell’opinione pubblica la nuova idea lasciando che questa si abitui e piano piano la accetti.

La ricerca del consenso di Putin  non si basa sul continuo rilancio di promesse, ma sulla dimostrazione di forza, sul desiderio della nazione di tornare una potenza, a livello dell’impero zarista o dell’URSS. Per fare questo ha recuperato due leit motiv della storia russa: l’assedio delle potenze occidentali, la necessità di una zona di protezione, di una sorta di cuscinetto, che tuteli la sicurezza della Russia rispetto ai pericoli provenienti da Ovest.

L’Ucraina, la Bielorussia, gli stati baltici, in quanto popolati in gran parte da russi e storicamente appartenenti all’impero, devono rientrare secondo l’ottica putiniana di potenza a pieno diritto sotto la proprietà o almeno l’influenza della Russia; la ferma opposizione delle nazioni occidentali raggruppate nella NATO, la loro rivalsa attraverso il boicottaggio economico, dimostrano in modo evidente le ragioni della Russia, il timore che questa provoca, e quindi il riconquistato ruolo di potenza internazionale.

L’assedio dei soldati ucraini, finanziati dalle nazioni occidentali, alle città dell’est dell’Ucraina a maggioranza russa, nel revival storico riportano alla vita gli assedi e le invasioni subite dall’URSS da parte dei nazisti nel corso della seconda guerra mondiale. Per questo gli ucraini vengono definiti nazisti, e la guerra non è più civile, come dopo la prima guerra mondiale, ma partigiana, come durante la seconda.

Che questo parallelo storico sia reale lo dimostrano le appartenenze dei volontari sui due fronti della guerra ucraina. L’esercito ucraino è coadiuvato da formazioni paramilitari di estrema destra e da militanti post-fascisti di tutta Europa, tra i quali alcuni italiani aderenti a Casa Pound. Sull’altro fronte si trovano volontari anti-fascisti , giunti dai centri sociali di sinistra per combattere i nazisti sull’altro fronte, e giovani nostalgici sovietici con i tatuaggi di Lenin e Stalin, che si propongono di difendere il popolo russo ed i civili filorussi dall’invasione violenta delle potenze occidentali.

Si confrontano, simbolicamente, due modi di fare politica diversi per obiettivi e per stile: la politica 2.0 di Renzi, nuova e contemporanea, fatta di immagine, di comunicazione, di pubblicità, di costruzione di un mondo virtuale come promessa di un futuro migliore, la cui utopia è negata dal preciso e dettagliato programma di riforme; la politica tradizionale ed otto/novecentesca di Putin, costruita sull’idea di nazione, di impero, di zone di influenza, di conquista e di geopolitica, di mentalità cicliche e ricorrenti che caratterizzano lo spirito di un popolo.

disoccupazione: dall'utopia al dramma della società italiana

In Italia il livello della disoccupazione è arrivato al 12.6%, con una media di mille posti di lavoro bruciati al giorno nel mese di Luglio.

Ad una base di persone che sono entrate nel mondo del lavoro con un contratto a tempo indeterminato, che hanno quindi un’occupazione garantita e sicura, si aggiunge la popolazione più giovane che ha conosciuto e conosce solamente contratti a tempo determinato, a progetto e assunzioni in regime di libera professione, non garantiti e flessibili.

Il fossato che divide le due categorie, ben distinte per età, tutele e salari, è evidenziato dalla statistica del 42.7% di disoccupazione tra gli under 25: mentre le aziende cercano con tagli, chiusure, cassa integrazione di liberarsi dei primi che sono più costosi e più difficili da smaltire, con i secondi hanno vita facile e maggiore elasticità.

Come può evolvere questa situazione? Tutto il processo di meccanizzazione e di robotizzazione del lavoro (agricolo o industriale che sia) ha avuto come obiettivo e come sogno quello di liberare l’essere umano dalla fatica del lavoro fisico. Il tutto per raggiungere una società ideale dove le macchine lavorano e l’uomo può dedicarsi all’ozio ed all’attività intellettuale o “spirituale” allo scopo di migliorare se stesso e la vita nel suo complesso.

Man mano che il processo va avanti questo progetto si sta realizzando, la manodopera è sempre meno necessaria nei campi, nelle fabbriche e, con lo sviluppo dell’informatica, nel settore terziario. Ormai l’uomo non ha più necessità di prestare la propria forza fisica ricevendone in cambio un salario, ma ha ridotto i suoi compiti a manovrare e programmare le macchine e  supervisionare i processi produttivi.

Chiaramente questa diminuita necessità della presenza umana ha a sua volta limitato drasticamente l’esigenza di avere persone fisiche nei luoghi di lavoro, con una conseguente disoccupazione, che fa fatica ad essere riassorbita dai settori che richiedono ancora capacità non sostituibili dalla “macchina”.

Queste competenze riguardano le peculiari abilità manuali ed intellettive dell’uomo: l’artigianato, il design, la moda, la cultura, la programmazione, il marketing, la ricerca. Insomma attività dove non contano la riproducibilità e la velocità di esecuzione. Ma non tutti i 7 miliardi di persone che abitano la terra, e nemmeno tutti i 61 milioni di italiani hanno delle caratteristiche o abilità particolari, o delle specializzazioni che li rendano unici ed appetibili per il nuovo mercato del lavoro.

Del lavoratore volenteroso, non specializzato, che fornisce la propria indistinta e non qualificata manodopera nessuno sa più cosa farsene: nei settori dove è più conveniente far produrre all’uomo in catena di montaggio che al robot, la lotta per il posto di lavoro è sottoposta ad un’enorme pressione competitiva, sia per l’immigrazione (in Italia), sia per la presenza di paesi che offrono manodopera a bassissimo costo e spingono alla delocalizzazione.

Gli unici che hanno un mercato o un’occupazione sono dunque i consulenti, i lavoratori in proprio, i tecnici specializzati, i laureati con competenze specifiche ed utili al momento economico in cui si trovano. Per gli altri c’è la disoccupazione o l’occupazione parziale, e sarà sempre peggio.

Cosa fare di questa massa di disoccupati? Perché possano dedicarsi all’ozio ed al miglioramento di loro stessi è necessario che vengano in un qualche modo mantenuti dallo stato. Sarebbe necessario perciò un mutamento del paradigma politico verso una robusta redistribuzione del reddito che sfocia in una vigorosa socialdemocrazia o in una forma di socialismo quasi utopico. Nel caso chi si occuperebbe di guadagnare per tutta la collettività? Se si nazionalizzassero tutte le attività produttive, come dimostrano gli esempi storici, cadrebbe la spinta all’innovazione e la varietà di offerta al consumatore. Se si lasciasse l’iniziativa ai privati, con che spirito questi, ed i pochi lavoratori dipendenti, lascerebbero la gran parte  dei capitali guadagnati allo stato perché li ridistribuisca?

Un’altra soluzione è non lasciarli in ozio, ma giustificare in un qualche modo la rendita di sussistenza che andrebbero a percepire. Alcuni potrebbero essere riconvertiti al settore turistico-culturale, uno dei pochi punti di forza sfruttabili dall’Italia, ma quest’ultimo non è abbastanza vasto da assorbire la totalità della popolazione attiva. Gli altri dovrebbero keynesianamente scavare buche e ririempirle, a detrimento della produttività e di un sana competitività economica.

La terza soluzione, quella attuata per ora, è lasciarli al loro destino, sperando che riescano a sopravvivere con le rendite familiari accumulate nei decenni precedenti, e lasciare che siano carne da macello per i talk show che ne spettacolarizzano il dolore. Intanto li si stordisce con promesse di nuovi boom economici impossibili da ottenere, e di riforme  che l’attuale governo non riesce a realizzare se non in minima e ridottissima parte.

In conclusione?  Non ne ho idea, ma ritengo che la situazione non possa che peggiorare, a meno di svolte clamorose e radicali; e che, per chi come me non sa fare nulla, i tempi si faranno sempre più bui.

La sharia può portare le riforme necessarie all'Italia

In questi giorni il ministro Andrea Orlando sta lavorando alla riforma della giustizia. Contemporaneamente dalle terre a cavallo tra Siria ed Iraq arrivano dai membri dell’ISIS minacce di conquista di Roma e dell’Italia con conseguente diffusione della Sharia. La mia opinione è che sia più facile, veloce, e conveniente per tutti farsi invadere ed accettare la cultura e la legge islamica. Quest’ultima infatti presenta quei caratteri di velocizzazione del processo e di certezza della pena che tanti italiani stanno richiedendo a gran voce; inoltre qualora l’esercito di islamici in nero ci attacchi, la nostra società ormai segnata dalla decadenza e dalla mollezza dei costumi potrebbe opporre solamente una resistenza inutile e ridicola. Analizziamo in dettaglio quali sono gli elementi della dottrina e del diritto islamici che potrebbero adattarsi alla realtà italiana, o darle quella svolta riformista che, se fallisse Renzi, solo il califfo Abu Bakr Al-Baghdadi riuscirebbe ad imprimere:

  1. Il Corano prescrive al fedele di ricercare la conoscenza attraverso l’esperienza e l’osservazione della realtà. La natura e l’universo sono presentati come i depositari della verità, che non va accettata supinamente ed ereditata, ma dimostrata e provata oggettivamente. Dunque uno stimolo all’innovazione ed alla ricerca scientifica, quello di cui ha bisogno l’industria italiana per ripartire ed essere competitiva nel mercato globale.
  2. Gli alimenti dannosi sono proibiti e quelli consentiti vanno consumati in quantità moderate. Il beneficio in termini di lotta all’obesità, alla piaga dell’alcolismo, della droga ed i risparmi sulla spesa per la salute pubblica credo siano auto evidenti. Per di più una popolazione sana è più produttiva ed esteticamente più gradevole.
  3. Sono rigorosamente proibiti abiti che inducano orgoglio, vanità ed arroganza; inoltre sono vietati all’uomo ornamenti femminili come i gioielli e l’oro. Si annulla il rischio di certi obbrobri estetici riscontrabili nella realtà quotidiana tra vestiti improbabili e catenoni di dubbio gusto; inoltre aumenta l’armonia sociale.

  4. L’Islam pone grande attenzione al sesso femminile ed esorta uomini e donne ad aiutarlo. Questo permetterebbe di giungere finalmente ad una parità tra i sessi.
  5. Si vieta il gioco d’azzardo. Con un colpo netto di spada si elimina la piaga emergente della dipendenza dal gioco e si stronca una branca economica nella quale trova terreno fertile l’illegalità.
  6. I padroni devono trattare i servi come fratelli, non devono insultarli, vessarli o sovraccaricarli di lavoro. Si riconosce dignità all’uomo ed al lavoratore, così si prevengono pericolosi revanscismi proletari ed istinti rivoluzionari. Nell’Islam non esistono nemmeno le classi: l’ideale per prevenire le divisioni sociali, gli odi tra ricchi e poveri, le proteste, e mantenere tutto il popolo in una pax democratica.
  7. Bisogna portare grande rispetto per il vicino di casa, aiutarlo nel bisogno, condividere con lui il cibo. Questa è un’arma potente per ristabilire lo spirito di comunità, ed eliminare la piaga della solitudine e dell’individualismo, riassumibile nell’espressione “l’estraneo della porta accanto”.
  8. L’Islam è una famiglia unica, nata da genitori comuni e con gli stessi obiettivi. Per questo non devono esistere prepotenze legate ai ceti sociali, al potere politico, alla ricchezza, al prestigio della famiglia, alla razza, all’etnia, all’appartenenza nazionale. Perdono di senso tutti i contrasti della società moderna, può regnare l’armonia e tramontare l’odio.
  9. Individuo e società sono responsabili l’uno nei confronti dell’altro. Il singolo è responsabile del bene comune e della prosperità della società, la società assiste il singolo riguardo alla cura ed alla sicurezza. Si combinano modello assistenziale e solidarietà individuale, per un welfare moderno dove ognuno da il suo contributo ed è responsabilizzato nei confronti della comunità, senza avere la tentazione di sfruttare la società a proprio vantaggio da una posizione di potere, facendosi casta.
  10. La persona ha diritto a pari opportunità e alla libertà d’iniziativa economica, tutto ciò che guadagna è suo a meno di un contributo allo Stato e dei doveri verso la comunità. Il dipendente ha il dovere verso Dio di essere onesto e leale, e i rapporti lavorativi si basano sulla fiducia reciproca. L’articolo 18 non ha più senso di esistere, e si sciolgono le briglie allo sviluppo dell’intraprendenza dei giovani e di chi ha voglia di rischiare in proprio promuovendo il benessere dello stato.
  11. Il commercio, individuale o in società, deve essere onesto, privo di truffa, sfruttamento di monopoli, usura. Si reintroduce l’etica negli affari e nel mercato, e si evitano pericolose speculazioni finanziarie o gli inganni perpetrati dalle banche ai danni degli ignari clienti.
  12. Non vengono deificati né la proprietà e la ricchezza, né il proletariato e la povertà in seguito alla rinuncia dei beni. Si mira ad una tranquilla socialdemocrazia con un’economia sociale di mercato con il fine del benessere collettivo.
  13. Non esiste una casta designata a comandare per diritto divino. Il potere è nelle mani di Dio, e i politici scelti dal popolo devono governare in suo nome per non cadere nel peccato. Scompaiono istantaneamente gli abusi che infestano le pagine dei giornali ed il deprecabile fenomeno della cooptazione.
  14. Lo stato amministra la giustizia e garantisce al popolo sicurezza e protezione, senza differenze di razza o religione. Grande continuità con la costituzione vigente.
  15. Lo stato islamico non può essere guidato da partiti non islamici o soggetti a potenze straniere. Il partito islamico di governo sarebbe l’unico davvero in grado di non farsi sottomettere dalle ingerenze tedesche e di recitare un ruolo da protagonista, da pari a pari, all’interno dell’UE; se non di uscirne senza ripercussioni, ponendo fine ai suoi odiosi ricatti.
  16. Lo statista non è sovrano sul suo popolo ma è il frutto del patto tra il popolo e Dio. È dunque chiamato a fare il volere di Dio e a mettere in pratica la sua legge. Il popolo che non rispetta un governo giusto commette peccato nei confronti di Dio; se il governo non compie il volere di Dio, il popolo ha diritto ad esautorarlo. I politici non potrebbero più disporre della Res Publica a loro piacimento, ma sarebbero vincolati al gradimento del popolo. Mentre i governanti giusti e non capiti, come Renzi o Berlusconi, sarebbero legittimati nelle loro iniziative poco comprensibili o apparentemente dannose, perché in favore del popolo ignaro del volere di Dio.
  17. I capi politici non devono venire scelti in base ad età, razza, prestigio famigliare, ricchezza, ma riguardo al merito ed alla competenza. Finalmente la svolta meritocratica che serve al paese.
  18. Una volta che è stato eletto un governo, il cittadino è chiamato ad osservare e giudicare il suo operato, ritirando il mandato in caso di malagestione: Beppe Grillo è arrivato in grosso ritardo.
  19. L’Islam favorisce la corretta integrazione permettendo alle minoranze di vivere nello stato islamico e di seguire nel privato i propri usi e costumi. In cambio chiede il rispetto delle leggi dello stato e degli obblighi verso la comunità. Risolto il problema dell’accoglienza e della guerra di culture.
  20. Mentire è un grave peccato: basta con le false promesse dei politici, con i processi a favore dei potenti, con i complotti.
  21. L’adulterio è severamente punito: si possono finalmente evitare i drammi e le tragedie familiari, e la gelosia non avrebbe più senso di esistere.
  22. Sparlare è un peccato maggiore: quando si parla male degli altri alle loro spalle è maldicenza se le affermazioni sono vere, calunnia se sono false. Ne consegue la chiusura definitiva di giornali e trasmissioni di gossip.
  23. Viene severamente punita la corruzione, sia per ottenere atti e sentenze che sarebbero dovute, sia per favori o sentenze ingiuste (in questo caso in modo ancora più grave). Una riforma veloce e agile che riguarda contemporaneamente l’inefficienza della burocrazia e lo scandalo delle mazzette.
  24. Il furto mina il clima di fiducia nella collettività e l’equilibrio economico della società: priva l’individuo dei suo beni, ad accumulare i quali ha dedicato la vita, e gli impedisce l’attività economica, a detrimento del benessere di tutta la società. Per questo si punisce il ladro con il taglio di 4 dita della mano destra. Una forma di  giustizia veloce che svuota le carceri e funge da deterrente all’azione criminale.
  25. Chi si macchia di peccato nei confronti di Dio non è degno di esercitare ruoli pubblici. Altra riforma che chiude una volta per tutte un lungo dibattito sulla decadenza e l’incandidabilità.
  26. Le donne non possono guidare: in un colpo solo un enorme miglioramento del livello di sicurezza stradale.

Per tutte queste ragioni ritengo che l’accettazione passiva e senza resistenza dell’islam all’interno del nostro territorio nazionale sia la svolta politica, sociale e morale che può finalmente far ripartire questo nostro povero paese disastrato.

corsa agonia

Ho sempre ritenuto la corsa fine a se stessa come un abominio contro natura. L’uomo non è fatto per correre, compie un movimento non naturale, che richiede adattamenti, fatica, dolori, sofferenza senza divertimento.

Mi hanno proposto varie volte di andare a correre, ma ho sempre rifiutato sdegnato e sprezzante, anzi deridevo chi lo faceva. Fatica inutile quando puoi usare la bicicletta, una noia mortale, mancanza di fiato per chiacchierare, gente sgraziata per strada e ingobbita dal travaglio.

Inoltre l’immagine fornita in TV dalle gare podistiche non è vincente: atleti magri magri, rinsecchiti e privi di muscoli, col volto scavato ed emaciato. Io non volevo essere così, io volevo essere Cristiano Ronaldo.

Poi le sfortune della vita ti portano a fare cose che non avresti mai voluto intraprendere. Mi hanno obbligato a correre nel corso di una riabilitazione post operatoria al ginocchio. Per convincermi mi hanno detto: è ottimo per stimolare la propriocettività delle articolazioni rimaste ferme, mette in moto ed allena pressoché tutti i muscoli del corpo, inoltre c’è un grande consumo calorico e può aiutarti a dimagrire, visto che sei mostruosamente sovrappeso, e vergognati.

Ho provato.

La partenza è traumatica, il corpo ti aggredisce urlandoti in faccia: “cosa stai facendo? Ti sembra il caso? Non potevi stare seduto sul divano a leggere il giornale e a cazzeggiare su Facebook come tutte le mattine? Va bè, ormai hai fatto la cazzata, beccati il male alle gambe e alle ginocchia”.

Dopo 10 minuti ci si rende conto che il trauma non è stato un episodio acuto, ma si cronicizzerà per tutta la durata dell’esercizio trasformandolo in un’agonia. Si ribellano i polmoni, che ti fanno respirare come durante una crisi d’asma, si irrigidisce ogni muscolo del corpo, sopratutto la schiena, consentendoti di correre con lo stile di Quasimodo, ti fanno male anche le braccia, e non capisci il perché, ma lo accetti, ti hanno detto di farlo. E io non vorrei mai deludere i fisioterapisti, voglio sempre stare simpatico a tutti.

Dopo 20 minuti si entra in profonde meditazioni del tipo: “che sport di merda, è proprio da coglioni. Questa è l’ultima volta che lo faccio, giuro. Ma come si fa a perdere del tempo così, nel tempo che ho corso se fossi stato a casa a studiare mi sarei già laureato. Ho buttato la giornata… Sono disidratato, ho fame, fra un po’ svengo, non ho nemmeno il cellulare, speriamo che qualcuno si accorga di me e mi porti a casa… No, adesso mi fermo e torno indietro, a casa, camminando… E il fisioterapista? No dai, vado avanti un altro po’ e se il cuore continua a farmi male e a battere in modo sincopato mi fermo e cammino… Facciamo che provo a finire questa quest per bene e poi non corro mai più”.

Al 25simo minuto cominciano le allucinazioni, anche perché correre a mezzogiorno ad Agosto non è stata una saggia scelta; non del tutto, c’è il pro di una fantastica abbronzatura da ciclista su viso, collo e avambracci.  Il sole brucia come all’equatore, anche se ci sono 27 gradi, e ti parla. Ha un ghigno maligno, ti offende come un sergente Hartman e tu speri soltanto che una nuvola lo sopprima. L’asfalto si tinge di rosso, vedi tutto a macchie, ti sembra che le persone al tuo passaggio ti deridano ma provino anche un pizzico di pietà. Parli con te stesso in modo sconnesso, rivivi la tua vita istante per istante, ma ad un certo punto ti rendi conto che è quella di un altro, forse un’esistenza precedente? La presenza di draghi e fate fa propendere per il si.

Ormai sei una maschera di sudore, che ti entra negli occhi, te li fa bruciare. Provi ad asciugarteli con la maglia, ma anche quella è piena di sudore, attaccata al corpo come con lo scotch, e anche i pantaloncini sono in condizioni pietose: sembri reduce da un tuffo in piscina vestito.

Alla mezzora il miracolo, il paradiso promesso da tutti i runner con cui ti sei consultato: arriva la botta di endorfina. Corri ormai come Igor di Frankenstein Jr, sei l’immagine della sofferenza e della pietà, potrebbero usarti in un documentario che parla dei mali del mondo; ma non te ne importa nulla. Il tuo corpo è altro da te, il dolore è esterno, lo percepisci soltanto in una sorta di empatia, ma tu stai bene e sei in pace con te stesso. La luce è tenue, ti accarezza dolcemente, la natura fiorisce, il tuo orribile paesino assume le sembianze di un eden; col senno di poi puoi dire di aver vissuto una Near Death Experience.

In queste condizioni arrivi finalmente in un luogo che dopo alcuni secondi riconosci come casa tua, fai fatica a fermarti e a tornare al passo di camminata perché ormai le gambe vanno per conto loro, tiri il fiato e ti accorgi che in realtà non c’è più.

È il momento dello stretching, e nelle condizioni in cui sei ti senti uno yogi in cima all’Himalaya; purtroppo non apprendi nessuna verità superiore, ma ti arriva addosso tutta la stanchezza. Fai la doccia, ti fai schifo per quanto sei sudato mentre ti spogli, e sei pronto per continuare la giornata alla grande.

Bilancio: la giornata è finita perché sei troppo stanco per fare qualsiasi attività fisica o intellettuale; ti fanno un male cane le ginocchia, tanto che sedersi ed alzarsi è un’impresa, e finalmente capisci cosa provava tua nonna con artriti ed artrosi. I muscoli delle gambe sono dilaniati, come se te li avesse presi a morsi una muta di cani ( e forse è successo durante la corsa, ma non puoi ricordartelo, eri già nel mondo dei funghi). Non hai voglia di fare nulla, solo di bere e di agonizzare sdraiato su una qualsiasi superficie priva di chiodi.

Ma quando recuperi quella minima lucidità che ti permette di fare due calcoli, scopri che hai consumato quasi 900 calorie, e che la sera a cena puoi sfondarti di cibo senza farti ribrezzo; se addirittura sei in compagnia puoi bullarti e rinfacciarlo agli altri: “io oggi ho corso 10 km, posso mangiare quello che mi pare, cazzo me ne frega, al massimo domani torno a correre”.

Ed in effetti ci io ci sono tornato. L’autolesionismo non conosce confini.

La beneficenza si fa ma non si dice.

Questo non è più possibile nell’era dell’immagine e dei social. Per una giusta causa, raccogliere fondi in favore della ricerca sulla SLA, è nata la nuova moda virale dell’ Ice Bucket  Challenge: ci si rovescia addosso una secchiata di acqua ghiacciata, si dona una cifra, si sifdano altre persone a fare altrettanto.

La sfida è nata tra i VIP statunitensi, come è giusto che sia;  sono loro che hanno i soldi, ed il modello di beneficenza di quella nazione prevede il forte contributo volontario e privato, che ha sempre sostituito un consolidato welfare in stile europeo. Il gesto risente molto del clima culturale contemporaneo: va filmato, quindi diffuso per farsi vedere, per ribadire la propria immagine; inoltre è condizionato dall’idiozia autolesionista sdoganata da Jackass, ma ridotta per l’occasione a qualcosa di gestibile da tutti, pur rimanendo ridicolo.

Dalla visibilità nasce il problema, e la tragedia, della viralità. Dai ricchi e famosi “americani” la moda si diffonde e contagia sportivi e personaggi pubblici degli altri paesi. Da questi il virus è poi trasmesso a cascata a categorie sociali sempre più improbabili e grottesche.

Lo spirito di emulazione ed il bisogno di appartenenza ad un gruppo produce una serie di filmati scadenti e ripetitivi che intasano le homepage di facebook e di twitter, in una serie di nomination incrociate e di ricatti morali. “Io l’ho fatto, faccio parte dell’elite, fatti contagiare anche tu e sii felice fondendoti nel nulla collettivo”. È lo stesso principio che ha sancito il successo delle miriadi di braccialetti associati ad una qualche campagna e dell’Harlem Shake della scorsa estate.

Lo scadimento è stato immediato quando il Challenge ha coinvolto lo “star system” italiano, forse per quel caratteristico retrogusto trash che assume tutto ciò che viene toccato dai nostri personaggi pubblici. L’affossamento definitivo nel momento in cui a farsi filmare è stata la pletora di youtubers e star da social, i quali per sfruttare il loro potere di disintegratori identitari hanno ripetuto il rito più volte e hanno organizzato flash mob con esecuzioni di gruppo della sfida.

Naturalmente non si è fatto scappare l’occasione Renzi, che sull’apparire e sul fare quello che piace alla gente comune ci ha costruito una presidenza: calato a pieno nel suo ruolo pionieristico, è chiaramente il primo politico che partecipa al Challenge, dimostrandosi uno del popolo, con l’obiettivo di riavvicinare quest’ultimo e la “casta”. Peccato che a causa del suo ruolo avrebbe i mezzi per sostenere la ricerca sulla SLA ben al di là della donazione personale; ma farlo attraverso i decreti avrebbe una visibilità diversa.

Il fondo si tocca e si scava negli ultimi giorni con i filmati fatti male di gente sciatta, che in ambientazioni di pessimo gusto si tira addosso in modo sgraziato delle secchiate d’acqua gelida; ne seguono improbabili nomination di parrucchieri, macellai e vicini di casa, come fosse una gara di gavettoni.

La curiosità è tutta nel vedere come proseguirà questa moda (spero nel modo più truculento possibile), attraverso step che mi piace immaginare siano: tagliarsi il palmo della mano, farsi staccare un dente da una macchina in corsa, farsi marchiare a fuoco. Per un gran finale con la Roulette Russa Challenge.

Obama ha definito l’impegno contro lo Stato Islamico una battaglia contro “questa ideologia nichilista”. Credo che la questione sia da ribaltare.

In questo momento l’ISIS attira, preoccupa e fa parlare di sé perché è una risposta di senso. Ha un’organizzazione, ha dei valori, fornisce un’ideologia e le relative certezze, è radicale, è violenta e per questo affascinante.

Con il Novecento sono morte le ideologie; ma non è morto il bisogno di un orizzonte di senso, di un sistema di regole e ideali che fornisca una direzione ritenuta giusta e coerente che possa fungere da guida nella formazione dell’individuo.

In Occidente cosa è rimasto per soddisfare questa esigenza? Un surrogato omeopatico composto da: fatti un bel curriculum, cerca un lavoro prestigioso, in ogni caso fai in modo di avere tanti soldi, appari bello e di successo. Dal 2008, con l’inizio della crisi economica, anche questi residui valori sono evaporati; l’unico scenario per chi si affaccia alla scena del mondo è una sopravvivenza priva di gratificazioni, con nessuna prospettiva futura per cui valga la pena sacrificarsi.

Certo la ribellione c’è: Occupy Wall Street e i movimenti europei analoghi che protestano contro l’1% più ricco. Ma sono fuochi di paglia, fanno molto rumore per poi spegnersi dopo poco in un nulla di fatto. Ricordano in questo i movimenti del ’68, e credo che il fallimento sia dovuto alle stesse ragioni: non sono strutturati, criticano l’esistente ma non propongono un modello alternativo; insomma non hanno un’idea forte alle spalle che consenta di passare dalla fase destruens a quella construens.

L’ISIS offre tutto ciò che serve a chi rifiuta il modello unico ora dominante: ci sono le certezze di un’ideologia forte, strutturata, elaborata, che fornisce sicurezza, ideali, ed un modello di mondo futuro, contrapposto all’attuale, tale da giustificare gli sforzi e le rinunce del presente. Ha un’organizzazione, aderendovi si può percepire il senso di appartenenza e di identificazione che manca nella società liquida e parcellizzata del nuovo millennio. La violenza e la radicalità delle sue azioni esemplificano il modello noi vs loro tipico delle culture di ribellione giovanile: è efferata, ci sono sangue, morti e stupri, insomma un’eccezionalità che infrange la routine ed il buonismo quotidiani.

La sua immagine è potente: i membri sono vestiti di nero, hanno sempre le armi in mano, sanno rappresentarsi in immagini di forza e vittoriose; è moderna: c’è un ampio e sapiente uso delle tecnologie e dei mezzi di comunicazione social, come dimostra il loro ultimo ricatto al presidente degli Stati Uniti (che ricorda quello posto al primo ministro britannico nella serie TV Black Mirror: accoppiarsi con una scrofa per non far uccidere la principessa rapita).

Per riprendere il paragone con Il Novecento e le sue ideologie L’ISIS fornisce ai giovani di oggi l’occasione per soddisfare l’esigenza del gesto eroico, del rito di passaggio della guerra che rende definitivamente uomini: un’esigenza che aveva fatto accogliere entusiasticamente il conflitto bellico con un’esplosione di volontarismo in entrambi le guerre mondiali. La Siria/Iraq di questi giorni è una sorta di Spagna del ’36, una guerra civile che si trasforma in conflitto globale ed in scontro tra due diverse ideologie.

Con questa chiave interpretativa la risposta armata è utile solo nell’immediato, cura infatti i sintomi ma non la malattia. La risposta più efficace sarebbe un’elaborazione solida e coerente di nuove dottrine politiche e nuovi modelli di sviluppo socio/economici, che non lascino spazio all’integralismo ed al ritorno di ideologie totalizzanti, infilatisi nelle crepe e nei vuoti del panorama culturale contemporaneo.